VALORIZZAZIONE DELLA GROTTA DEL FICO
La Grotta del Fico: tra storia e abbandono
Introduzione al progetto di ricerca
Quando abbiamo intrapreso il progetto di ricerca preistorico, il nostro obiettivo è stato quello di cercare un sito da riscoprire e valorizzare, uno di quelli finiti nella coltre nebbia dell'oblio, così, dopo aver contattato alcuni archeologi del territorio, avevamo in mano un luogo da esplorare, ma ancora non un sito in particolare.
Santa Maria al Bagno e le sue origini preistoriche
Santa Maria Al Bagno, una frazione del Comune di Nardò, che conta circa 950 abitanti nel periodo invernale. Il numero si triplica nel periodo estivo.
La località è stata abitata fin dai tempi più remoti, come testimoniano i numerosi reperti archeologici di epoca preistorica rinvenuti nella vicina grotta del fico. Iniziamo quindi a cercare su Internet tutto il materiale disponibile, senza trovare un granché, quindi decidiamo che sarà proprio lei la protagonista del nostro progetto.
Prime collaborazioni e difficoltà iniziali
Contattiamo il museo preistorico di Nardò per chiedere ulteriori informazioni, la dottoressa Filomena Ranaldo, direttrice del museo, ci invita a visitare i reperti rinvenuti nelle ricerche archeologiche condotte dai primi anni 60 presso le grotte site nel territorio neretino, ma dei nostri reperti non vi è traccia.
La dottoressa, però, ci consegna una copia della rivista di scienze preistoriche (Firenze 1961) e una copia della pubblicazione "sugli scavi dell'istituto italiano per la preistoria e protostoria nel Salento durante l'ultimo triennio" (Firenze 1964), dove abbiamo il racconto della scoperta della grotta e il materiale rinvenuto.
La dottoressa ci informa che la Grotta si trova in un terreno privato e che non è possibile visitarla, ma noi un giorno saremo archeologi e non possiamo fermare la ricerca al primo intoppo.
Esplorazione sul campo e intuizioni errate
Quindi decidiamo comunque di fare un sopralluogo in una bellissima e soleggiata mattinata d'inverno; cerchiamo di arrivare alla grotta grazie alle coordinate indicate dalle fonti scritte, ma queste ci portano in mezzo al mare. Quindi, dopo una consultazione topografica, troviamo "via della grotta del fico". Qualcosa doveva pur significare?
Si parte alla volta della nostra prima scoperta, o meglio, riscoperta! Una volta arrivate sul posto, intervistiamo gli abitanti del luogo che ci indicano un fossato, di un fossato preistorico parlava anche Cesnola: "allora ci siamo", abbiamo pensato.
Il fico c'era, il fossato anche, peccato che la grotta non era quella.
Nuovi indizi dai documenti storici
Così continuiamo la nostra ricerca sia dei reperti che del sito. Leggendo meglio il documento ci rendiamo conto che per la costruzione di una sezione di preistoria, la, allora, direttrice del museo di Castro mediano, richiede le indagini nelle grotte nel lontano 1961. Quindi ci precipitiamo al museo quel giorno stesso, e con nostro grande stupore troviamo la vetrina dedicata ai reperti della nostra grotta. Sì ok, e fin qui tutto molto bello, ma la grotta?
Collaborazione con gli speleologi di Nardò
Non ci rimaneva altro che contattare chi di grotte se ne intende, chi ha fatto della propria passione un viaggio meraviglioso alla scoperta del territorio: il gruppo speleologo di Nardò. Contattato il presidente Vittorio Marras, il gruppo accetta la nostra richiesta e ci dà un appuntamento per il lunedì della settimana successiva.
La scoperta della Grotta del Fico
Arriva, finalmente dopo una trepidante attesa, il momento che aspettavamo dall'inizio del nostro progetto. Arriviamo e parcheggiamo la macchina nella piazzetta di fronte mare di quello che è uno dei gioielli più belli del Salento e prendiamo un caffè tra le nostre 1000 domande e le loro divertite risposte: ora può iniziare la nostra avventura.
Vittorio Marras aveva già contattato la proprietaria del terreno che ci fece trovare l'ingresso aperto. Una volta entrati, però, dovevamo calarci con una corda lungo la parete di roccia calcarea che brillava al sole, tra una vegetazione verde smeraldo e il profumo del finocchietto selvatico. Finalmente mettiamo i piedi nel canalone preistorico, questa volta nella direzione giusta. Ci giriamo e di fronte a noi c'erano lui e lei: il fico e la grotta numero 511 del catasto delle grotte pugliesi.
Gli anni Sessanta: le prime ricerche archeologiche
Nei primi anni Sessanta, l’eminente archeologo Arturo Palma di Cesnola, noto per i suoi studi sulla preistoria e protostoria del Salento, iniziò a esplorare nuove località lungo le coste calcaree salentine. Una di queste fu la Grotta del Fico, situata nei pressi di Santa Maria al Bagno.
Accompagnato dall’archeologa Francesca Minellono, dal professore Antonio Lazzari dell’Università di Napoli e dallo scopritore della grotta Luigi Lazzari, Cesnola visitò il sito, documentando importanti ritrovamenti. Tra questi, spiccano le incisioni rupestri a cerchi e coppelle, successivamente pubblicate dalla Minellono nel Volume XVI della Rivista di Scienze Preistoriche (1961).
La campagna di scavi (1961)
Nel giugno-luglio dello stesso anno, l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria organizzò una campagna di scavi. Vi presero parte, oltre a Cesnola e Minellono, anche il dottor Edoardo Borzatti von Löwenstern e lo studente Angelo Varola, che già in precedenza aveva suggerito di investigare alcuni giacimenti della costa adriatica.
La grotta, lunga circa 20 metri, si trova sul lato destro di una piccola vallata, alle spalle di Santa Maria al Bagno. Gli scavi portarono alla luce una stratigrafia complessa, composta da:
- Strato inferiore: sedimento argilloso giallastro sterile, di epoca pleistocenica.
- Strato intermedio: argilla rossastra con pochi frammenti di ceramica figulina decorata con bande rosse e brune.
- Strato superiore: terreno sabbioso brunastro contenente ceramiche figuline a bande semplici.
Lo strato più superficiale, ricco di ceneri, frammenti carboniosi e ossa bruciate, ha restituito ceramiche tipiche delle culture Serra d’Alto e Diana, accompagnate da un’abbondante industria litica con cuspidi di frecce e lamelle geometriche.
Purtroppo, già all’epoca, gli scavi sistematici furono limitati. La stratigrafia intatta si conservava solo nei pressi dell’imboccatura, mentre il resto della grotta risultava danneggiato da precedenti scavi clandestini.
La grotta oggi: un patrimonio dimenticato
Oggi, la Grotta del Fico versa in uno stato di semi-abbandono. Le principali problematiche includono:
- Difficoltà di accesso e localizzazione: la grotta è poco segnalata e le informazioni disponibili online sono spesso errate.
- Scarsa tutela del patrimonio: negli ultimi anni sono state realizzate costruzioni sopra la grotta, senza alcun rispetto per il sito archeologico.
- Mancanza di visibilità: il sito non è mai stato valorizzato a livello turistico né adeguatamente studiato.
Per valorizzare una grotta, prima bisogna trovarla
Le coordinate GPS catastali
Come abbiamo scoperto sul posto, le coordinate catastali GPS fornite erano solo approssimative.
Con queste indicazioni, siamo riusciti a individuare l’area generale... in mezzo al mare! (FOTO)
Una nuova strategia
Abbiamo quindi deciso di orientarci sul posto seguendo la descrizione catastale:
La grotta è ubicata nel canalone carsico di Santa Maria al Bagno, a circa 500 m dalla spiaggia, sulla destra orografica. (FOTO)
A questo punto, ci siamo chiesti:
Quali informazioni possono ricavare da questa descrizione due giovani archeologi?
- Santa Maria al Bagno – ci siamo già stati.
- Un canalone abbastanza lontano dalla spiaggia. (FOTO DEL CANALONE)
Verso il canalone
A Santa Maria al Bagno esiste una via chiamata Della Grotta del Fico. Siamo arrivati lì e abbiamo subito trovato il canalone. Restava solo una cosa: scenderci e cercare la grotta.
Dentro il canalone, le opzioni erano solo due:
- A destra, abbiamo incontrato vegetazione folta.
- A sinistra, un’entrata ad arco.
Proprio all’entrata si trovava un fico – l’unico nella zona circostante.
Santa Maria al Bagno. Canalone lontano dalla spiaggia. Il fico.
L’abbiamo trovata! (FOTO DALLA PRESUNTA GROTTA)
Dubbi iniziali e consultazioni
Non ero del tutto convinta di aver trovato la grotta. Così abbiamo chiesto agli abitanti locali se sapessero qualcosa e se potessero indicarci dove si trovasse.
La risposta? Sempre lo stesso posto. (FOTO)
Ma il dubbio persisteva. Per maggiore certezza, abbiamo contattato la Direttrice del Museo di Preistoria di Nardò, che ha confermato la stessa posizione.
Ricerche online
Come ultimo passo, abbiamo cercato informazioni su internet per ottenere ulteriori dettagli. Vi mostro brevemente le principali fonti trovate online, che sono fondamentali per il nostro progetto:
- Liliana Immobiliare: indica la presenza del fico all’entrata.
- Pro Loco Salento (2003): include foto che non corrispondono al canalone e mostrano un’uscita sul mare.
Questa discrepanza evidenzia una forte necessità di valorizzazione e documentazione corretta della Grotta del Fico.
Le problematiche riscontrate
- La Direttrice del Museo non ha mai visitato la grotta e non ne conosce l’esatta ubicazione.
- La descrizione catastale è vaga e fuorviante.
- Gli abitanti locali non hanno idea precisa di dove si trovi realmente.
Nonostante tutto, siamo riuscite a localizzare la grotta grazie al Gruppo Speleologico Nerettino. (FOTO FOTO FOTO)
Le nuove coordinate
Con l’aiuto degli speleologi e dei loro strumenti, abbiamo ottenuto i dati precisi:
Coordinate attuali:
- 40° 8’0,89621’’N
- 17° 59’52,32756E
- 302° NW
- Altitudine: 72,8 m
Abbiamo trovato la grotta a 10 metri dal punto precedentemente individuato, ma fuori dal canalone, in salita su una formazione rocciosa. E finalmente, davanti all’entrata, c’era un fico – proprio come nelle foto del sito Pro Loco. (FOTO)
Lezioni dall’esperienza speleologica
Per entrare, ci siamo equipaggiate con tute gommate e caschi con luci. Ma prima alcune conclusioni dall’interazione con gli speleologi:
- Se vuoi fare l’archeologo del posto, devi collaborare con i gruppi speleologici locali.
- Gli speleologi hanno “l’occhio”: vedono dettagli che sfuggono e possono insegnare molto.
- Possiedono conoscenze geologiche preziose.
- È un’esperienza che consiglio assolutamente a tutti!
Descrizione della grotta
Entrare nella grotta ti fa sentire protetto dal vento, in un ambiente tranquillo.
All’ingresso c’è una targa con il numero catastale.
Proseguendo, l’aria diventa meno fresca, e in movimento si percepisce una leggera mancanza d’ossigeno – come in una piramide, un ambiente chiuso e poco ventilato.
All’interno è molto umido: si vedono gocce d’acqua sul soffitto. Le radici del fico – sottilissimi fili – si fanno strada per cercare l’acqua.
La grotta è un tipico canale carsico con cunicoli che salgono e scendono. L’ingresso è parallelo, ma più avanti la direzione cambia. I cunicoli sono stretti, tanto che in certi tratti bisogna strisciare per procedere.
Osservazioni sul pavimento e le pareti
- Il pavimento è coperto da terra compatta, forse accumulata dopo il 1961.
- Sulle pareti ci sono scritte di dubbia modernità – tracce di presenza umana contemporanea.
Stratigrafia della Grotta del Fico: una finestra sul passato
La stratigrafia della Grotta del Fico, documentata dagli scavi condotti negli anni Sessanta, offre una preziosa testimonianza della storia naturale e umana del Salento. Di seguito, una descrizione dei principali livelli stratigrafici rilevati:
1. Strato 4: Ceramica grossolana e decorazioni semplici
Nel terreno argilloso bruno-rossastro, verso le pareti, e sull’argilla giallastra, vennero rinvenuti materiali fittili piuttosto scarsi. Vi si osservano pochi frammenti di una ceramica grossolana, rossa o brunastra, a superfici grezze e mal lisciate.
Qualche frammento si riferisce a recipienti non grandi, piuttosto profondi, ad orlo diritto, in un solo caso a collo cilindrico poco sviluppato.
Assieme a questa rozza ceramica «domestica», si hanno poi numerosi frammenti di una ceramica di color giallo chiaro o rosa pallido. Ci sembra di poter ricostruire forme ampie a scodellone ed altre più sferiche.
Le pareti dei recipienti appaiono generalmente sottili e abbastanza lisce all'esterno. Numerose volte sono decorate a bande rosse semplici, alquanto larghe, più raramente a linee sottili parallele, oblique o verticali. È presente inoltre il motivo «a fiamma».
Un solo frammento presenta una fascia rossa marginata con linee brune: difficile stabilire se esso debba attribuirsi all'orizzonte più antico o a quello successivo, in cui la tricromia appare impiegata assai comunemente.
2. Strato 3: Ceramica grezza e nuove decorazioni
Qui il materiale si fa più abbondante: continua la ceramica grezza a pareti ruvide, di colore rosso mattone, bruno rossastro o più raramente rosso giallastro. Si notano recipienti di notevoli dimensioni a fondo pianeggiante. Gli orli sono diritti o leggermente sporgenti.
Tra le decorazioni torniamo a vedere le larghe fasce semplici di colore rosso (Fig.2 n.5) (di fatto è frequente in questo strato). In particolare ci preme di segnalare un frammento di uno scodellone (circa 40cm diametro all'imboccatura) che porta una decorazione costituita da due larghe fasce rosse divergenti fra loro, partenti dal l'orlo. I relativi margini sono segnati da una parte da una linea bruna, da cui si partono brevi segmenti obliqui, dall'altra da linee brune parallele (Fig. 3).
Vi è da notare che le fasce dipinte sono ora rese con «pennellate». E’ possibile vederlo anche al Museo Sigismondo Castromediano a Lecce.
3. Strato 2: Incremento della ceramica grossolana
In questo strato la ceramica grossolana d'impasto, a pareti ruvide, sembra subire un certo incremento rispetto ai livelli inferiori: alcuni cocci a superfici rosso-giallastre appartengono a recipienti di dimensioni notevoli (Fig.5 n.2). Di ceramica rossa si hanno frammenti di spessi fondelli pianeggianti, frammenti di grandi tazze o pentole.
Vi si riferiscono forme di dimensioni varie, anche piuttosto piccole, con fondi piani, orli spesso diritti, altre volte appiattiti o a labbro, più raramente rientranti. Talvolta, sulle pareti, dei vasi hanno tubercoli (Fig.6 n.4).
La ceramica figulina sembrerebbe in leggera diminuzione (ciò si comincia a notare già dallo strato 3).
A questo punto si aggiungono recipienti a fondo pianeggiante. Interessante è un'ansa accartocciata a “profilo di orecchio” (Fig.2 n.2), anch'essa presente nella vetrina dedicata alla grotta.
Sui non numerosi frammenti dipinti si osservano le larghe bande rosse o brune che abbiamo incontrato anche nei livelli inferiori, in alcuni casi marginate con linee brune.
4. Strato 1: Livello superficiale e nuovi dettagli
Il livello a terra bruna soprastante al focolare appariva in gran parte asportato. Furono tuttavia ricavati non pochi frammenti di ceramiche.
Vi ritroviamo più o meno i tipi già visti: ceramiche grossolane a superfici ruvide di colore rosso, rosso-giallastro e bruno, con frammenti di grossi recipienti ad alto collo (fiasche) o di ciotole con anse ad anello ed a nastro.
Notevolmente frequente è la ceramica nero-lucida a pareti non spesse e decorate a solchi paralleli. Tale motivo si osserva spesso presso l'orlo di scodelle (ad es. Fig.4 n.1).
Dalla superficie del suolo o da terreno rimaneggiato provengono inoltre frammenti di spalle di vasi di color bruno rossiccio, con fasce di punti alternate a linee incise parallele o con fasce costituite dall'alternarsi di rettangoli vuoti e punteggiati (Fig.2 n.10).
La ceramica figulina è qui nettamente più scarsa e la decorazione a fasce rosse è ancora presente.
Sono stati trovati due vasetti integri di ceramica brunastro-scura a superfici lisciate (Fig.2 n.6-7).
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